Innovazione Sociale: un modello da cui ripartire

“Non si è felici cercando la propria felicità di per sé; è solo dedicandosi a qualcosa di utile anche per

gli altri che si trova la felicità per sé stessi”

John Stuart Mill

A fronte di un welfare messo sempre più sotto pressione dall’emersione di nuove sfide e bisogni sociali è necessario investire e supportare esperienze e modelli diversi, che nascono e si sviluppano spesso dal basso e rispondono a quel principio di sussidiarietà previsto dalla nostra Costituzione all’art. 118. E’ questo il succo dell’intervista a Giuseppe Guzzetti, ex Presidente di Fondazione Cariplo, apparsa qualche settimana sulle pagine del Corriere della Sera. L’aumento, mai così forte, delle disuguaglianze sociali, la crescita dei flussi migratori, l’invecchiamento demografico uniti ad una contrazione delle risorse pubbliche destinate al welfare sta obbligando a ripensare i modelli di intervento nella direzione di una sempre più forte spinta a quei processi di innovazione e ibridazione che costituiscono, oggi più che mai, efficaci antidoti alla disgregazione del tessuto sociale nei nostri territori (e in particolare nelle aree interne del Paese).

Quello che si sta sviluppando oggi è un nuovo paradigma che va al di là della tradizionale dicotomia – emersa con la rivoluzione industriale – del profit vs non profit, pubblico vs privato, secondo le quali il valore sociale è il frutto della produzione di organizzazioni del terzo settore, il valore economico è il risultato del plusvalore generato dalle imprese e lo Stato ha una funzione unicamente re-distributrice.

In questo nuovo scenario che va sempre più delineandosi, invece, tutti possono creare valore, contribuendo alla crescita economica e sociale della comunità.

Questo mutamento attiva dinamiche partecipative e collaborative trasversali che coinvolgono una pluralità di soggetti (imprese, cittadini, istituzioni, mondo non profit). E’ proprio attraverso questi nuovi approcci di welfare che sarà possibile rispondere in maniera più efficace alle sfide sociali di oggi e di domani. Per far si che queste nuove modalità di intervento si affermino è necessario però adottare un cambio di prospettiva, passando da una concezione del non profit quale puramente assistenziale a quella che vede il terzo settore come motore di sviluppo, produttore di coesione sociale e di “buona” economia.

Il panorama è destinato a mutare molto nel corso dei prossimi anni: lo sviluppo tecnologico unito ai cambiamenti ai quali andremo incontro apriranno spazio nuovo per l’affermarsi di un’economia sociale che diventerà sempre più punto di riferimento per la sperimentazione di modelli inclusivi e partecipativi. Al contempo il nuovo quadro istituzionale introdotto dalla Riforma del Terzo settore con riferimento sia alla nuova disciplina dell’impresa che all’introduzione di strumenti di finanza sociale potrà fornire strumenti operativi affinché sempre più soggetti possano trovare un terreno fertile.