L’inclusione: un progetto di vita

Quando iniziative e progetti sociali si traducono in attività dirette a realizzare una società migliore e realmente inclusiva delle diversità.

Il termine inclusione sociale significa tanto sia a livello di studi sociali che a livello umano, si riferisce alla società e alle sue capacità di creare effettiva appartenenza, abbracciando numerosi aspetti e ambiti del vivere assieme, dell’essere veramente Comunità.

L’effettivo coinvolgimento di tutti i suoi membri è un bisogno fisiologico di una società moderna, tanto che già negli anni ’70 si è iniziato a parlare di inserimento, negli anni di integrazione ed oggi di inclusione.

Al di là delle parole che si decide di usare, il fine ultimo è “garantire l’inserimento di ciascun individuo all’interno della società indipendentemente dalla presenza di elementi limitanti “ [1] . Ciò si realizza solo quando tutti i cittadini fanno Comunità e vivono in uno stato di equità e di pari opportunità, indipendentemente dalla presenza di disabilità o di differenze di altro genere: sociali, culturali, etniche, lavorative o economiche. E’ soltanto nella Comunità, infatti, che ogni individuo può trovare “il libero e pieno sviluppo della sua personalità” (art. 29, Dichiarazione Universale dei Diritti dell’Uomo).

L’esclusione sociale, dunque, non riveste solo aspetti di carattere morale, ma rappresenta altresì una violazione della persona e dei Diritti Umani di cui oggi
tanto si parla. Ovviamente ciò non significa negare il fatto che ognuno di noi è diverso e che esistono realtà sociali di particolare svantaggio, ma vuol dire spostare il focus dell’ analisi dalla persona al contesto, per individuarne gli ostacoli e operare per la loro rimozione. Ciò, come detto, può avvenire solo
quando tutti prendono realmente parte alla costruzione della società in cui vivono.

M. Halbwachs ci ha insegnato, che “[…] individuo e società convivono, non è il primo che genera la seconda; non è la seconda a determinare il primo. Entrambi si necessitano reciprocamente in quanto presupposti epistemologici l’uno dell’altra” [3].

Ecco perché ogni azione, ogni sforzo deve tendere a rimuovere tutte le forme di esclusione sociale che ancora si trovano nel quotidiano di un’ampia fascia di
popolazione e, soprattutto, tra i giovani: per esempio l’esperienza scolastica vissuta ai margini della classe e non sempre supportata adeguatamente, l’abbandono scolastico, il mancato apprendimento di competenze sociali e di vita (le c.d. lifeskills); le difficoltà di inserimento nel mondo del lavoro; una scarsa partecipazione alle attività sociali, allo sport e al tempo libero.

A che punto siamo nella nostra Regione? Ci possiamo definire inclusivi?

Io non lo penso. Per di più, l’attuale momento storico, caratterizzato da crisi economiche, finanziarie e sanitarie, sta allargando le crepe nei muri della
differenza e dell’esclusione sociale. Sono ancora troppe le fasce di popolazione che non si sentono accolte, che non sono parte integrante del gruppo sociale
principale.

Per invertire questa tendenza bisogna assolutamente iniziare a realizzare le fondamenta della società che vogliamo costruire, cominciando dal territorio e dai più giovani che lo rappresentano assieme alle loro famiglie. Non ci sono, infatti, progetti sui minori realmente efficaci ed efficienti senza un diretto coinvolgimento degli esercenti la responsabilità genitoriale. Questo lo sappiamo anche da studi del passato, che ci hanno dimostrato quanto “altrettanto
importante di ciò che succedeva a scuola era quel che accadeva a casa, dove le basi formative dei familiari erano il fattore più importante nel rinforzare quanto veniva insegnato a scuola” [3]

Agire sul territorio concretamente significa, dunque, promuovere occasioni di inclusione e di sensibilizzazione di minori e famiglie attraverso progetti concreti che pongano l’attenzione non solo sulla condizione di disagio ma, soprattutto, sulla ricerca di un benessere comune. In quest’ottica ben si inseriscono alcuni progetti della Fondazione Pietro Pittini che, nell’inclusione, ci crede sul serio.

Tra questi il progetto “+ Sport a scuola” riassume con particolar efficacia i contenuti salienti del far inclusione.

Il progetto coinvolge diversi Istituti secondari di primo grado della nostra Regione e va al di là del semplice fare sport: incorpora in sè, infatti, anche laboratori guidati in cui i ragazzi trovano un loro spazio per esprimersi e, soprattutto, si basa sul fondamentale presupposto che l'apprendimento di uno studente dipende più dalle caratteristiche dei suoi compagni di classe che da quelle dell’insegnante” [3] . Ecco perché il progetto mescola studenti di diverse età e provenienti da background sociali ed economici molto diversi, ognuno con il suo bagaglio personale di potenzialità o di difficoltà.

Non ha importanza chi siano; quale classe frequentino; che si conoscano tra loro o meno; che abbiano qualche disabilità oppure no; che vadano bene o male a scuola. Tutto cìò non importa. Quello che conta è che alcune scuole medie di Trieste, Monfalcone, Gorizia, Udine, Casarsa e Villa Santina abbiano spalancato le porte alle differenze. Inizialmente, sono proprio queste ultime a farsi notare. Si distinguono subito i ragazzi più dotati e con maggiori potenzialità o quelli di terza media rispetto a quelli di prima; spiccano le differenze tra quelli sicuri di sé ed estroversi e quelli più chiusi e problematici; tra quelli magri e in forma da quelli meno; tra disabili e normodotati; tra i più tranquilli e i più “difficili”. Ma tutto questo non dura a lungo. Dopo le prime settimane, infatti, tutte queste differenze spariscono come nulla fosse. Lo sport, l’attività ludica e lo stare insieme riescono a mescolare il gruppo in maniera naturale, senza pregiudizi. I ragazzi in poco tempo capiscono quante cose si possono fare e quanti obiettivi si riescono a raggiungere grazie alla collaborazione degli altri. I risultati, oltretutto, non li ho letti in una relazione di fine progetto, ma li ho colti negli occhi, nelle parole e nelle azioni dei ragazzi coinvolti. Ho visto i ragazzi del progetto saltare di gioia per il compagno più debole che riesce a completare, tra mille difficoltà, un esercizio ben dopo tutti gli altri (avversari compresi); passare la palla ai compagni che non sono in grado di prenderla al volo; reagire a urla e a comportamenti bizzarri con un abbraccio. Li ho visti fermarsi ed aspettare; aiutare e farsi aiutare; cambiare le regole del gioco e inventarne di nuove per far giocare tutti. Ecco, promuovere l’inclusione significa proprio questo: lavorare per cambiare le regole del gioco e far sì che ogni individuo non subisca trattamenti differenti, ma abbia le medesime opportunità di partecipazione e coinvolgimento, indipendentemente dalle condizioni personali.

Certo, è una visione progettuale e di lungo termine, ma è anche un progetto di vita per una società migliore.

Matteo Corrado Esperto di dinamiche minorili, giudice onorario tribunale dei minori
[1]. Pavone 2012, in M. Pavone, “Dall’esclusione all’inclusione. Lo sguardo della Pedagogia speciale”, Mondadori, Milano, 2010. p. 142
[2]. Maurice Halbwachs “La sociologia di Emile Durkheim”, Franco Angeli, 2018, p. 17
[3]. Raghuram Rajan, “Il terzo pilastro. La comunità dimenticata da Stato e mercati”, Bocconi Editore, 2019.

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