Tracce di futuro

Ricerca promossa da Fondazione Pietro Pittini in collaborazione con ARDiSS FVG, per indagare i bisogni e i desideri dei giovani e delle giovani beneficiari dei servizi allo studio. Le domande di ricerca sono frutto di un percorso di co-design con il Comitato degli studenti di ARDiSS, che ha partecipato generosamente contribuendo con suggerimenti e riflessioni.

Cosa pensano i nostri giovani studenti universitari del loro futuro, come vivono la mancanza di socialità e che aspettative di lavoro e di vita hanno, nel mezzo di questa pandemia che ci ha travolto? E’ appena partita l’indagine promossa da Fondazione Pietro Pittini e Ardiss tra gli studenti beneficiari dei servizi dell’Agenzia regionale per il diritto allo studio superiore che intende sondare 3 ambiti: “il percorso universitario” – la scelta accademica, la condizione abitativa, le esperienze trasformative -, “il lavoro” – le aspettative e gli immaginari riguardanti la propria professionalità al termine del percorso universitario – , “la vita” – le paure, il benessere personale e sociale, la felicità.

Sembra superfluo, a prima vista, un sondaggio su tali temi visto che la percezione generale sul futuro potrebbe portare ad una risposta ovvia e a tratti negativa, intuibile non solo per i giovani, ma generalizzata per tutte le fasce di età: tutti noi siamo travolti da una crisi economica, psicologica ed emotiva con innegabili riflessi sulle aspettative per il nostro prossimo futuro. Infatti, se i nostri nonni hanno vissuto la devastazione della guerra e successivamente la ricostruzione post-bellica, la pandemia ora, con la stessa gravità ma con diffusione globale – e peraltro non ancora terminata – ci lascia uno scenario da ricostruire, ma ancora permeato di smarrimento e incertezza. Viviamo in un clima di sospensione che rende difficili le scelte sul futuro e che insieme al distanziamento, e spesso alla povertà materiale, incorpora il rischio di esacerbare le disuguaglianze sociali. E qual è lo stato d’animo di coloro che nel giro di pochi anni usciranno dalle nostre università, che ne è dei loro sogni, quali le loro aspettative sul lavoro, la famiglia?

Grazie a numerosi studi, perlopiù delle primarie società di consulenza mondiali, sappiamo tanto di loro che, nella fascia di età tra i 5 ed i 25 anni sono chiamati Generazione Z: rappresentano la fetta maggiore della popolazione mondiale (2,5 mld su 7 totali), ma presenti solo per il 22% in Europa. Sono nativi digitali – non hanno mai conosciuto un mondo senza google – hanno una soglia di attenzione media di 8 secondi, ma hanno anche un forte spirito solidale, sono convinti attivisti contro il cambiamento climatico, si sentono una forte responsabilità per migliorare il mondo. Sono una generazione di solitari che preferisce conoscersi e incontrarsi on line, ossia nel loro dominio naturale e infatti non resistono per più di 4 ore senza una connessione. Questi rapporti sulla generazione Z cercano di dare un quadro sugli uomini e le donne del futuro, di intercettare le loro attitudini, le preferenze lavorative e di consumo. In Italia l’Osservatorio Giovani dell’Istituto Toniolo ha pubblicato di recente un report sui Giovani e Impatto Covid calata nel nostro Paese: ci restituisce una fotografia di giovani che percepisce i progetti di vita come molto a rischio, con maggiore difficoltà rilevata dalle donne. Drammatico il confronto con altri Paesi europei visto che i giovani italiani sono coloro che più di tutti gli altri coetanei europei hanno abbandonato – e non semplicemente posticipato – i propri disegni di vita, soprattutto nel breve termine per quanto riguarda l’intenzione di andare a convivere, sposarsi e avere figli. Una restituzione di un sentimento di pessimismo che fa risaltare la grande vulnerabilità economica anche di questa classe di età.

La nostra indagine sarà un importante tassello di conoscenza a livello locale: andrà a coprire la fascia di coloro che studiano nelle Università di Udine e Trieste e negli altri Istituti coperti dai servizi di Ardiss. E’ finalizzata a portare a emersione esperienze, paure e aspettative sul futuro da parte degli oltre 5.690 beneficiari dei servizi, così da definire successivamente nuovi strumenti e modalità di supporto, per gli studenti attuali e per quelli che verranno nei prossimi anni, basati su bisogni reali. Raccoglierà il gradimento dei servizi del diritto allo studio e soprattutto il sentiment di questi ragazzi. Informazioni utili e necessarie per immaginare futuri percorsi progettuali di accompagnamento allo studio ed allo sbocco lavorativo.

IL RUOLO DEL III SETTORE NELL’EMERGENZA COVID, una fotografia della situazione in Italia e in FVG

Webinar 21 dicembre 2020 ore 17.30-19.00

Fondazione Pietro Pittini promuove questo webinar per esporre i risultati della survey: come le organizzazioni del terso settore del FVG stanno reagendo alla crisi legata al COVID-19 e quali bisogni hanno manifestato? E quanto le istituzioni filantropiche, le imprese e i singoli individui stanno facendo per sostenere l’operato del III settore e di chi è in prima linea nel contrasto all’emergenza? Ne parliamo con Italia No profit e con l’Assessore alle Finanze del FVG Barbara Zilli.

E’ risaputo che la pandemia rischia concretamente di esacerbare le disuguaglianze presenti sul territorio nazionale. Le fasce più vulnerabili saranno influenzate anche dalla crisi che riguarda il Terzo Settore attore essenziale nel sostegno della popolazione più in difficoltà. Tale settore vive di volontariato, convenzioni pubbliche (sempre più marginali a causa dei tagli degli ultimi anni) e donazioni, che durante l’emergenza COVID-19 si sono concentrate soprattutto sulle carenze del nostro sistema sanitario. Mentre le donazioni verso il sistema sanitario sono incrementate, quelle per le altre realtà non profit hanno subito una riduzione drammatica che ha determinato la chiusura di circa il 10% delle associazioni (G. Guzzetti). A causa di simili impatti sul Terzo Settore, le fasce più vulnerabili della popolazione saranno sempre più in difficoltà, private di un ulteriore elemento di sostegno in un momento di tale emergenza. Marina Pittini: “Durante la prima ondata di Emergenza Sanitaria da Covid-19, numerosi sono stati i segnali di disagio che anche a noi sono giunti dai giovani, dalle comunità educanti, dai partner con cui dialoghiamo. Nelle piccole comunità è stata pulsante la sensazione di un disagio forte, nascosto ma profondo. Un disagio che ha coinvolto tutti noi e che ancora più invasivo è stato per le categorie esposte come famiglie e anziani, bloccati nei contatti e nello scambio di relazioni. Le relazioni di aiuto, di affetto, di svago, di supporto sono quelle che rendono le nostre società forti e solidali e la cui mancanza fa rilevare una crescente povertà: non solo quella economica, alimentare, digitale o educativa, ma anche quella relazionale, emotiva e culturale provocata dall’isolamento forzato.

Ci troviamo così in questo momento storico a dover fronteggiare pesanti ricadute negative nel sistema economico nel suo complesso. E anche nei sistemi di welfare che si trovano a dover fronteggiare da un lato una riduzione delle risorse a disposizione, e dall’altro un aumento dei bisogni vecchi e nuovi a cui dover rispondere con strumenti e modalità inedite. In uno scenario in cui il rischio di un aumento dell’esclusione sociale e delle disuguaglianze è forte, dobbiamo tenere a mente il ruolo fondamentale che il Terzo Settore può giocare come collante del nostro tessuto sociale, in linea col principio di sussidiarietà previsto dalla nostra Costituzione.

È così che lo scorso maggio, con il supporto di Italia Non Profit, abbiamo cercato di tendere una mano a tutti gli enti che – come noi – sono attivi soprattutto per quelle categorie che maggiormente subiscono gli effetti di questo periodo. Abbiamo voluto lanciare un’indagine per mappare e approfondire i bisogni delle organizzazioni della Regione Friuli Venezia Giulia; si è trattato di un lavoro esteso che ci ha consentito di entrare in contatto con oltre 700 realtà sparse in tutto il territorio. Da questa mappatura è emerso sia un bisogno di risorse economiche, ma anche di maggiori spazi, dispositivi, licenze e formazione. E forse tra tutti il bisogno che è stato espresso in maniera più decisa è proprio quello relativo alla formazione, a conferma che la cura (acquisizione di nuove competenze) è oggi più efficace della terapia.

Sulla base di queste risposte e grazie ad una successiva fase di approfondimento abbiamo da poco lanciato un programma formativo gratuito rivolto agli enti non profit del FVG sui temi della raccolta fondi e che in seguito affronterà anche altri temi; l’obiettivo è di dare un contributo nell’elevare la preparazione in vista di una ripartenza che si preannuncia carica di difficoltà ma anche di nuova innovazione sociale da portare sui territori. Oggi più che mai la ricostruzione del domani passa quindi attraverso l’ascolto attivo ed il sostegno di questo variegato mondo: rendiamolo motore di vero sviluppo.”

https://register.gotowebinar.com/register/3497376475196293391

 

 

Prove di ripartenza per il non-profit del FVG: al via un primo percorso formativo sul fundraising

Con la Survey effettuata a maggio 2020 in collaborazione con Italia Non Profit, Fondazione Pietro Pittini ha voluto sondare i bisogni degli enti del Terzo Settore del FVG nel periodo della pandemia. Questa non ha solo rappresentato un effetto tragico e devastante su tutto il pianeta, sull’umanità e sulle economie globali, ma ha anche provocato un drammatico calo di fondi, donazioni e contributi per il mondo non profit. Infatti, soprattutto quegli enti non direttamente coinvolti nella gestione dell’emergenza o impossibilitati a prestare i propri servizi a causa del lock-down sono stati messi in secondo piano nelle donazioni e nella distribuzione di fondi rispetto alle priorità del sistema sanitario – in primis. Ma questo grande e pulsante mondo di piccole organizzazioni che operano nel sociale costituisce la trama delle nostre comunità, attivandosi in una azione sociale fatta di servizi alle categorie fragili con una molteplicità di azioni rivolte alle fasce più deboli della popolazione.

Abbiamo voluto valutare lo state dell’arte alle organizzazioni operanti sul territorio regionale raccogliendo centinaia di risposte compiute che ci hanno dato una fotografia del loro stato. Abbiamo rilevato sì bisogni di risorse, ma anche di maggiori spazi (per effettuare le loro attività), dispositivi, licenze, consulenza e formazione. E forse tra tutti il bisogno primario che è emerso è senza dubbio quello relativo alla formazione, a conferma del grande bisogno di innalzare le competenze per un settore composto da una miriade di associazioni, onlus, fondazioni di piccole dimensioni, tutte molto efficaci nel loro settore specifico, ma tra cui anche alcune molto destrutturate e dunque non adeguatamente preparate nello scrivere progetti, attingere a contributi, diffondere e comunicare le proprie attività. Quest’ultima azione narrativa, per esempio, è funzionale per farsi conoscere e attingere a gran voce alla generosità di donatori anche locali, che forse nemmeno conoscono il loro operato. Infatti, ora più che mai, queste realtà si troveranno drasticamente a fare i conti con le attività sul territorio da far ripartire e la carenza di mezzi.

Sulla base di queste risposte FPP ha proposto da subito un primo percorso formativo gratuito sul fundraising, uno dei bisogni emersi: un corso di formazione (tutto on-line) pensato per arricchirsi di nuova conoscenza e nuove competenze specialistiche in vista di una ripartenza – speriamo presto – che si preannuncia carica di difficoltà, di bisogni da soddisfare, di un tessuto sociale da ricostituire. Quello stesso tessuto fatto di volontari e esperti che assistono i nostri anziani, che accompagna e avvicina i nostri bambini all’arte e alla cultura, che aiuta tutte le categorie fragili come i disabili, i malati, i senzatetto e che danno respiro e sollievo a tante famiglie.
Ora con l’ulteriore blocco sancito dal nuovo DPCM, assieme alle numerose categorie travolte, anche il Terzo Settore pagherà un prezzo altissimo. E’ il Terzo Settore che si occupa delle comunità, dei bambini, dei disabili delle categorie più deboli dei servizi collegati alla cultura, al servizio del bene comune, ossia delle persone, offrendo una rete di solidarietà nelle comunità di tutto il nostro Paese. Oggi più che mai la ricostruzione del domani passa quindi attraverso l’ascolto attivo ed il sostegno di questo variegato mondo: non lasciamolo indietro.

Macchine vs uomo: il futuro passa dalle stem

Alla fine del 1700 Maria Teresa d’Austria commissionò la creazione di un automa, un giocatore di scacchi, dalle sembianze e dall’abbigliamento orientale – da qui il nome “Turco”, con cui sarebbe passato alla storia – in grado di muovere i pezzi su una scacchiera poggiata su una grande cassa piena di ruote, fili, meccanismi e ingranaggi, che una volta avviati permettevano all’automa di spostare alfieri, torri e pedoni, battendosi alla pari con i migliori scacchisti di tutto il mondo. Il Turco stupì la corte Asburgica, tanto che Wolfgang Kempelen, il suo inventore, fu spinto a portare la sua creazione in giro per l’Europa riscuotendo un enorme successo.

L’automa naturalmente non era un automa, ma un illusionismo, un gioco di prestigio, cosa peraltro mai negata dallo stesso inventore. Come tutti immaginavano, era manovrato da un uomo, ma nessuno riuscì a capirne e descriverne il funzionamento fino a quando Edgar Allan Poe decenni dopo scoprì i meccanismi che si celavano al suo interno. L’aneddoto del Turco meccanico di Kempelen appare oggi più che mai attuale. Il prorompente sviluppo dell’automazione, della robotica e dell’intelligenza artificiale sta cambiando non solo i paradigmi di produzione ma anche il modo di concepire il lavoro in modi ancora non del tutto chiari e definiti. Gli effetti del cambiamento tecnologico sulla quantità e nella qualità dell’occupazione sono oggetto d’analisi da moltissimo tempo e che le macchine possano sostituire il lavoro è stato, ciclicamente, uno dei principali oggetti di riflessione e di studio. Già nel 1983, il premio Nobel Wassily Leontief fece quello che allora sembrò un pronostico sorprendente, affermando che le macchine avrebbero sostituito la manodopera umana in modo alquanto simile a come il trattore ha sostituito il cavallo. Prima di lui, anche l’economista inglese Ricardo aveva ipotizzato uno scenario di una produzione industriale “completamente realizzata dalle macchine”.

Oggi sono molti gli studiosi e le istituzioni che si stanno interrogando dunque non solo sugli impatti dell’automatizzazione sul mercato del lavoro ma anche sull’individuazione delle competenze che saranno più richieste dalle imprese negli anni a venire. Secondo il World Economic Forum, entro il 2030 il 50% dei lavori sarà trasformato dall’automatizzazione ma solo il 5% scomparirà totalmente. Al tempo stesso, sempre secondo l’Organizzazione svizzera, il 65% dei bambini in età scolare farà un lavoro che ad oggi ancora non esiste. Se dunque non è semplice prevedere, come moderni rabdomanti, come sarà il mondo del lavoro nel 2030 o calcolare modelli di business che non sono ancora stati ideati risulta invece importante lavorare sulla creazione e sulla promozione di competenze e percorsi formativi in grado di rispondere ad un mondo che cambia rapidamente.

La crisi causata dal COVID-19 ha costretto più di 1 miliardo di studenti e giovani fuori dalle scuole, stimolando in questo modo la più importante transizione digitale nel mondo educativo della storia. Oggi le scuole e le università stanno, con non poca fatica, ridisegnando la didattica e l’apprendimento per permettere a tutti di frequentare le lezioni da remoto in vista di possibili ondate di ritorno del virus. Se da un lato questo rappresenta uno scoglio sia per gli insegnanti che per le famiglie (sono noti i problemi di connessione e mancanza di dispositivi in svariate parti del nostro Paese) questo apre un mondo di opportunità per re-immaginare forme di apprendimento nuove e al passo con i tempi. La crisi che stiamo vivendo unita ai cambiamenti della quarta rivoluzione industriale sta rendendo più labili i confini tra mondo fisico e digitale. In questo contesto ci si deve domandare se i nostri studenti siano pronti ad un mondo dove gli sviluppi tecnologici nel campo dell’intelligenza artificiale, della robotica, della biotecnologia, delle energie pulite e del quantum computing saranno sempre più rilevanti. Nel futuro prossimo 9 lavori su 10 richiederanno competenze digitali ma al tempo stesso, secondo una ricerca commissionata da JP Morgan, il gap digitale potrà portare a 1.67 milioni di posti vacanti nel settore ICT.  Il World Economic Forum di recente, in maniera quasi provocatoria, ha chiesto se stiamo effettivamente incoraggiando i giovani a pensare a come la scienza, la tecnologia e l’innovazione possono aiutare a rispondere alle sfide economiche, geopolitiche, ambientali e a livello di società.

In molti settori e paesi le professioni più richieste non esistevano fino a 10 anni fa e questo trend sta subendo una decisa accelerazione. Secondo l’Unesco “per rispondere ai bisogni di base di un Paese l’insegnamento della scienza è un imperativo strategico”. Il forte livello di penetrazione degli smartphone unito allo sviluppo di strumenti didattici sempre più interattivi e coinvolgenti (pensiamo per esempio alle potenzialità delle stampanti 3d) ci spingono a ragionare sull’importanza dell’insegnamento delle STEM ma anche al modo stesso in cui questi contenuti vengono trasferiti. Nella quarta rivoluzione industriale, se vogliamo che i nostri studenti siano in grado di rispondere alle sfide globali, non possiamo più fare affidamento su modelli educativi desueti. Oggi disponiamo di tutti gli strumenti per poterlo fare. Non perdiamo questa occasione!

Trieste 2020 Science Greeters: il progetto della Fondazione Pietro Pittini per Esof

In viaggio tra storia, scienza ed economia. Un gruppo di giovani studenti universitari ci accompagna alla scoperta dei luoghi che hanno segnato lo sviluppo di Trieste

Trieste, 2 settembre 2020. Come è nato il sistema scientifico di Trieste e che rilevanza ha oggi? Che ruolo occupa il porto nello sviluppo dei traffici con l’Europa e il resto del mondo? Quanto e come la letteratura hanno plasmato il volto della città? Quanto ha influito il pensiero Basagliano nella concezione moderna di gestione della salute mentale? Questi sono solamente alcuni dei temi che 23 giovani studenti universitari raccontano in una serie di video realizzati nell’ambito del progetto Trieste 2020 Science Greeters ideato dalla Fondazione Pietro Pittini in collaborazione con la Fondazione Internazionale per il progresso e la libertà delle scienze e con l’Università degli Studi di Trieste per il Science in the City Festival. Il progetto, attraverso il coinvolgimento diretto di un gruppo di studenti delle Università di Trieste e Udine appositamente formati, ha lo scopo di far conoscere i luoghi – spesso situati al di fuori dei percorsi turistici tradizionali – che hanno segnato lo sviluppo scientifico, storico, ed economico di Trieste. 7 filmati resi disponibili sui canali social della Fondazione presentano attraverso le voci e le immagini dei giovani la Grotta Gigante, l’ICTP, l’Osservatorio Astronomico, il Parco di San Giovanni, il Porto di Trieste, la SISSA, l’Università degli Studi di Trieste e con il patrocinio del comune di Trieste. Oltre alle singole Istituzioni succitate, alla buona riuscita dell’operazione hanno contribuito fortemente anche l’Associazione Guide Turistiche del Friuli Venezia Giulia e la sua Presidente Francesca Pitacco, la Cooperativa Sociale La Collina, la Prof.ssa Diana Barillari, il Prof. Pietro Greco, il Prof. Giulio Melinato e la Prof.ssa Anna Maria Vinci. “Siamo particolarmente soddisfatti di questa iniziativa che ha visto la partecipazione e il coinvolgimento di alcuni giovani universitari provenienti da diversi indirizzi di studio in un percorso di tirocinio formativo che promuove la conoscenza del territorio che li circonda” dichiara la Presidente Marina Pittini che prosegue “l’emergenza legata a Covid-19 ci ha portato a ripensare le modalità di fruizione dei contenuti trasformando gli itinerari guidati in video-narrazioni, che speriamo possano così essere visionati da un numero ancora maggiore di persone”. “Un ringraziamento speciale” conclude la dott.ssa Pittini “va a tutti i partner, i relatori e gli studenti che per mesi, nonostante il lockdown, hanno continuato a lavorare con entusiasmo e passione al progetto”.  Di seguito i singoli studenti: Maria Carmen Barro, Andrea Bosso, Giovanna Bradassi, Nicola Bressan, Irene Burelli, Andrea Buscema, Mattia Calligari, Cecilia Collà Ruvolo, Camilla Crasnich, Morgana Dalla Palma, Valeria De Leo, Iacopo De Santis, Ylenia D’Elia, Sara Di Cosmo, Eleonora Galliani, Giulia Maio, Aurora Mameli, Gaia Marsich, Veronica Migliozzi, Serena Restucci, Lisa Russignan, Martina Vascotto, Francesca Zavino.

Link Youtube: http://bit.ly/trieste_science_greeters_fondazione_pittini

La sfida delle aree interne: l’esempio di “Nano Valbruna”

In Italia le aree interne rappresentano il 53% circa dei Comuni italiani, ospitano il 23% della popolazione italiana, pari a oltre 13,54 milioni di abitanti, e occupano una porzione del territorio che supera il 60% della superficie nazionale. Si tratta di un patrimonio culturale, artistico ed etnografico che rischia oggi di scomparire a fronte degli ormai inarrestabili fenomeni di urbanizzazione che caratterizzano -e sempre di più lo faranno – le dinamiche dei paesi industrializzati (secondo il World Urbanization Prospect 1 persona su 2 nel mondo vive oggi in agglomerati urbani). La forza attrattiva delle città, caratterizzate da migliori opportunità lavorative e di crescita sta mettendo a dura prova le aree interne che, a fronte di una dinamica demografica come quella del nostro Paese sempre più preoccupante, si trovano oggi a dover fare i conti con una mancanza cronica non solo di servizi e infrastrutture ma anche di capitale umano che si traduce in scarsa capacità di innovare e reinventarsi. Se dunque le città costituiscono oggi, come ben definito dall’economista Edward Glaeser “il laboratorio dell’umanità dove le persone giungono per sognare, creare, costruire e ricostruire” non dobbiamo dimenticare che il progressivo declino delle aree interne rischia di esacerbare ancora di più i fenomeni di impoverimento del tessuto sociale e di aumento delle disuguaglianze a livello territoriale.

Un primo importante intervento per favorire lo sviluppo e il potenziamento di queste zone è avvenuto nel nostro Paese con l’introduzione nel 2012 della c.d. SNAI (Strategia Nazionale per le Aree Interne) voluta dall’ex Ministro Fabrizio Barca con l’obiettivo di invertire e migliorare le tendenze demografiche in atto in alcuni territori fragili della nostra Penisola. Per raggiungere questo ambizioso obiettivo si è scelto di fare leva su 2 direttrici: da un lato, sulle “precondizioni per lo sviluppo territoriale” attraverso il riequilibrio e l’adeguamento della qualità/quantità dell’offerta dei servizi pubblici essenziali e, dall’altro, intervenendo su quegli assets capaci di innescare processi di sviluppo – ovvero i punti di forza di questi territori, riconducibili alla presenza di produzioni agroalimentari specializzate, al patrimonio culturale e naturale, all’energia, al turismo, al saper fare locale. Nell’ambito delle 72 aree nazionali prototipali selezionate come idonee alla sperimentazione di interventi di rivitalizzazione troviamo anche 3 territori della nostra Regione FVG: Alta Carnia, Dolomiti Friulane e Val Canale, individuati dal Comitato Nazionale alla luce delle loro caratteristiche demografiche e di capacità di accesso ai servizi per la cittadinanza.

Se la strategia rappresenta da un lato un primo importante passo nella direzione di un ripensamento di queste aree, un contributo sempre più rilevante arriva non solo dall’universo non profit, da sempre in prima linea, ma anche dai cittadini, e soprattutto dai giovani che mossi dal crescente interesse verso l’agricoltura sostenibile, il turismo dei borghi, la ricerca della dimensione comunitaria intravedono opportunità lavorative e di realizzazione professionale lontano dalle grandi città (su questo segnaliamo le interessanti considerazioni di Dario de Vico sul Corriere della Sera di qualche giorno fa).  Al tempo stesso sono anche le imprese e il mondo profit più in generale che scelgono di scendere in campo e investire in operazioni di rivitalizzazione e rigenerazione di aree interne del nostro Paese: si pensi al caso di Brunello Cucinelli con il borgo umbro di Solomeo, sede della sua azienda oppure a quello del colosso americano Airbnb che assieme all’impresa sociale “Wonder Grottole” ha deciso di investire in un progetto di ripopolamento del piccolo comune della Basilicata attraverso la messa a disposizione della sua rete globale di utenti. Oggi più che mai dunque sta crescendo la convinzione che queste aree possono rappresentare un formidabile volano per il ripensamento di modelli di crescita sostenibili e più vicini ai territori e le comunità.

Come Fondazione Pietro Pittini di recente abbiamo avuto l’opportunità di sostenere la realizzazione, nella nostra Regione, del progetto “Nano Valbruna”: è nato dall’esperienza di Gagliato, un piccolo paese dell’entroterra calabro dove ogni anno, grazie al format “Nano Gagliato” decine di scienziati e ricercatori provenienti da tutto il mondo si incontrano per parlare di nanoscienze e tecnologia coinvolgendo in modo fattivo la popolazione locale e i giovani del territorio. Sulla base di questo interessante modello – che favorisce non solo la diffusione di temi oggi più che mai fondamentali ma anche la contaminazione con il territorio e i suoi abitanti – si è scelto, per la prima volta, di replicare questo intervento anche sul nostro territorio ed in particolare nella zona di Valbruna (UD), una delle aree prototipali previste dalla Strategia Nazionale Aree Interne, Il progetto che ha avuto luogo dal 2 al 5 luglio scorso è riuscito a convogliare scienziati, cittadini e istituzioni locali per discutere assieme delle ricadute che le nanotecnologie possono avere nella lotta ai cambiamenti climatici. Particolarmente interessante, anche alla luce della crescente importanza delle tematiche STEM, è stata poi l’introduzione di un format Nano Piciule (piccolo in friulano) dedicato ai più giovani con la realizzazione di attività laboratoriali in grado di stimolare la curiosità e l’interesse nei confronti delle materie scientifiche e delle loro applicazioni nella vita di tutti i giorni.

Sebbene la valorizzazione e il ripensamento delle aree interne rappresenti un processo ancora lungo e tortuoso a causa dei problemi strutturali con cui ancora oggi moltissime di queste aree si scontrano (infrastrutture, banda larga, servizi solo per citarne alcune) il patrimonio e l’unicità che questi luoghi portano con sé ci spingono a mettere, , insieme le forze per far sì che essi possano rappresentare un nuovo motore di sviluppo identitario per tutto il Paese, oggi più che mai.

Fondazione Pietro Pittini per il sostegno allo studio universitario

“Il rischio di un calo di immatricolazioni sarebbe un pessimo segnale per la ripartenza del Paese» ha dichiarato il Ministro dell’Istruzione Gaetano Manfredi qualche settimana fa ai giornali. Se guardiamo indietro di qualche anno infatti, la crisi del 2008 ha avuto effetti negativi anche sui sistemi di educazione e formazione con un calo delle  iscrizioni universitarie che ha registrato nel nostro Paese una riduzione del 20% a seguito della profonda recessione che ha colpito le economie di tutto il mondo. Oggi lo scenario appare nuovamente preoccupante: gli ultimi dati del Fondo Monetario Internazionale parlano di un calo del PIL nazionale, per l’anno 2020, del 12,9% con una perdita di quasi 2 milioni di posti di lavoro secondo l’Istituto Nazionale di Statistica. Questi numeri uniti al rischio di un possibile ritorno dell’epidemia ci spingono a riflettere non solo alle conseguenze negative in termini reddituali e produttivi ma anche al contraccolpo che questo periodo potrà avere sul futuro della scuola e della formazione universitaria per le generazioni future. Ed è proprio nel solco di queste riflessioni che come Fondazione abbiamo deciso di scendere in campo per contribuire a mitigare gli effetti negativi della crisi sulla formazione degli studenti universitari della nostra Regione. Assieme all’Università di Trieste e all’Università di Udine abbiamo infatti da poco lanciato una serie di interventi per sostenere economicamente i giovani nel pagamento delle rette universitarie per l’anno accademico in corso. Siamo convinti che l’investimento in capitale umano rappresenti lo strumento più efficace per rispondere ai nuovi e diversi scenari con cui avremo a che fare nel futuro prossimo. In questo nuovo contesto che ci si pone davanti inoltre il ruolo delle Fondazioni e del Terzo settore più in generale si sta affermando come prioritario per fornire risposte che siano al contempo capillari e inclusive. A fronte di tempi incerti abbiamo dunque bisogno, oggi più che mai, di una rete di sostegno che coinvolga pubblico, privato e terzo settore in grado di fornire soluzioni innovative alle sfide sociali che investiranno i nostri territori per far sì che nessuno venga lasciato indietro. Siamo tra  gli ultimi paesi in Europa quanto a percentuale di laureati: facciamo in modo, tutti insieme, che nei mesi a venire non siano proprio i giovani ad essere ulteriormente colpiti nel diritto allo studio.

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Università degli Studi di Triestehttp://web.units.it/premi-studio/bando/bando-39707