Aree interne come laboratori di innovazione: le esperienze di NanoValbruna e Terre d’Incanti a Lauco

In che modo le aree interne del nostro Paese stanno inventando e reinventando nuovi paradigmi di crescita che pongono al centro la comunità e il territorio e come questi luoghi stanno provando ad uscire dalla dicotomia che lega il concetto di innovazione a quello di agglomerato urbano?

Andres Rodriguez-Pose, docente di geografia alla London School of Economics and Political Sciences, in un noto paper del 2018 parlava di “vendetta dei luoghi che non contano” per indicare quanto nel corso dell’ultimo ventennio le scelte di investire solo su ciò che già risultava essere produttivo abbiano creato disparità, disuguaglianze e, conseguentemente, frustrazione da parte di chi si è sentito abbandonato dallo Stato e di come questo sentiment abbia avuto un riflesso diretto nelle scelte di voto c.d. anti-establishment dei cittadini.

Nel nostro Paese le aree interne rappresentano più della metà dei Comuni, ospitano il 23% della popolazione, pari a oltre 13,54 milioni di abitanti, e occupano una porzione del territorio che supera il 60% della superficie complessiva. Nella nostra Regione, il Friuli Venezia Giulia, questa conformazione è poi particolarmente evidente: più della metà del territorio è definita zona montana secondo i criteri definiti dalla Strategia Nazionale delle Aree Interne. Si tratta di un patrimonio culturale, artistico ed etnografico che rischia oggi di scomparire a fronte degli ormai inarrestabili fenomeni di urbanizzazione che caratterizzano – e sempre di più lo faranno – le dinamiche dei paesi industrializzati (secondo il World Urbanization Prospect 1 persona su 2 nel mondo vivrà in agglomerati urbani). La forza attrattiva delle città, caratterizzate da migliori opportunità lavorative e di crescita sta mettendo a dura prova le aree interne che, a fronte di una dinamica demografica come quella del nostro Paese sempre più preoccupante, si trovano oggi a dover fare i conti con una mancanza cronica non solo di servizi e infrastrutture ma anche di capitale umano che si traduce in scarsa capacità di innovare e reinventarsi.

Oggi la “vendetta” cui faceva riferimento Rodriguez Pose nel suo paper si sta, sempre più, trasformando in una “rinascita” dei luoghi che non contano. Complice l’aumentata attrattività dei piccoli centri che la crisi COVID ha contribuito a innescare, quello a cui stiamo assistendo è un forte processo di rivitalizzazione delle “terre d’osso lontane dalla polpa” come definite da Luca di Salvatore che, sebbene ancora a macchia d’olio, stanno cercando di uscire da quel ruolo marginale (dove il margine non è solo questione di geografia) a cui sono state per troppo tempo costrette.  Se come detto le città – facendo leva su densità e prossimità – favoriscono la generazione di innovazione, è certamente vero che anche al di fuori dei contesti urbani è possibile creare le condizioni favorevoli per soluzioni nuove che provino a contrastare alcune delle criticità tipiche delle aree interne generando processi di innovazione sociale che coinvolgono società civile e Terzo settore.

Come Fondazione abbiamo sostenuto, per il secondo anno consecutivo, il progetto “NanoValbruna” nato dall’esperienza di Gagliato, un piccolo paese dell’entroterra calabro dove ogni anno, grazie al format “NanoGagliato” decine di scienziati e ricercatori provenienti da tutto il mondo si incontrano per parlare di nanoscienze e tecnologia coinvolgendo in modo fattivo la popolazione locale e i giovani del territorio. Sulla base di questo interessante modello – che favorisce non solo la diffusione di temi oggi più che mai fondamentali, ma anche la contaminazione con il territorio e i suoi abitanti – il bioingegnere e ricercatore Mauro Ferrari, con la moglie Paola, hanno scelto nel 2020 di replicare questo intervento anche sul nostro territorio ed in particolare nella zona di Valbruna (UD), una delle aree prototipali previste dalla Strategia Nazionale Aree Interne. Il progetto, che ha avuto luogo dal 19 al 24 luglio scorso è riuscito a convogliare scienziati, esperti del settore, giovani e cittadinanza per discutere assieme delle ricadute che la scienza e l’innovazione possono avere nella lotta ai cambiamenti climatici. Anche quest’anno uno spazio del festival è stata riservato poi a ‘NanoPiçule’, l’evento dedicato ai più piccoli che ha previsto la realizzazione di attività laboratoriali dedicate a circa 50 giovani dai 6 ai 14 anni sui temi delle microplastiche, del riciclo e dei cambiamenti climatici.

Fare innovazione sociale in questi luoghi significa anche immaginare nuove traiettorie di sviluppo donando spazi in disuso a funzioni inedite. Fondazione Pietro Pittini ha sostenuto il progetto ‘Terre d’incanti’ realizzato dalla cooperativa sociale Zaffiria, fondata e animata dalla forza carismatica ed appassionata di Alessandra Falconi che ha saputo convogliare tutta la cittadinanza e la comunità locale: nel piccolo borgo montano di Lauco (UD) ha ottenuto in gestione dall’amministrazione comunale una ex-latteria e un piccolo rifugio trasformandoli in laboratori artistici in cui produrre nuove forme di ricchezza per le comunità della montagna e per i suoi più giovani abitanti. Questa estate, grazie alla partecipazione dell’artista Hervé Tullet, oltre 60 ragazzi dai 10 ai 14 anni hanno avuto modo di partecipare alle 2 Summer School di 3 giorni organizzate dalla Cooperativa lavorando e confrontandosi – grazie all’utilizzo di strumenti come musica, teatro, pittura – sul ruolo del digitale e dei social media durante il lockdown, ma anche sperimentando attività pratiche legate alla realizzazione di abiti e indumenti tipici per la realizzazione di una sfilata di moda.

Valorizzare la montagna significa infine conoscerne le unicità e tutelarne la sua bellezza. Il progetto ‘KIKI Camp’ – nato su iniziativa della Cooperativa Sociale La Collina di Trieste e sostenuto di recente non solo da FPP, ma anche da Eni Gas e Luce e Yuki Onlus – prevede la realizzazione di un campus estivo di cinque giorni dall’8 al 12 agosto per 15 bambine e bambini dai 6 agli 11 anni provenienti da contesti svantaggiati che avrà luogo a Tramonti di Sopra, piccolo comune montano del Pordenonese. L’iniziativa si fonda su un percorso pedagogico di alta qualità incentrato sulla scoperta della natura, dell’autonomia e delle proprie capacità nell’ambiente montano. La programmazione prevede delle attività strutturate motorie e ludiche di routine, passeggiate, esplorazioni e workshop di auto-progettazione ludica e orientati al tema della sostenibilità.

Il nostro impegno per le aree interne della Regione non si esaurisce qui: nel webinar del 16 settembre daremo la restituzione della Ricerca sugli Innovatori Sociali della montagna FVG realizzata con il Prof. Giovanni Carrosio di UNITS e la Cooperativa Sociale Cramars che hanno mappato le esperienze di innovazione nelle nostre aree interne. Sarà l’occasione per ascoltare la voce di chi vive e lavora in montagna, come quei giovani che hanno scelto di andare a vivere o rimanere nelle Terre Alte.  Se si vogliono evitare quelle polarizzazioni economiche e sociali tanto deprecate, e presenti tra aree metropolitane, periferie urbane ed aree interne, proviamo ricucire i destini del capitalismo molecolare dei distretti extraurbani – come dice Aldo Bonomi –  ad ascoltare i giovani della “restanza” e a disegnare con loro nuove opportunità di vita e lavoro in montagna.